L’intelligenza artificiale continua a essere rappresentata come una tecnologia leggera, distribuita, quasi eterea, sospesa in un cloud che promette efficienza, velocità e dematerializzazione. Un’osservazione più attenta delle condizioni materiali che ne rendono possibile l’espansione restituisce tuttavia un quadro diverso, segnato da una crescente concentrazione fisica di infrastrutture, da consumi energetici continui e da una competizione sempre più evidente per risorse naturali essenziali. I data center che sostengono l’ecosistema dell’AI non costituiscono un elemento accessorio dell’innovazione, ma il suo nucleo industriale, sempre più visibile e sempre meno neutrale sul piano territoriale e politico.
Negli ultimi anni, la corsa globale alla potenza di calcolo ha innescato un’accelerazione senza precedenti nella realizzazione di grandi poli infrastrutturali, spesso localizzati in aree caratterizzate da maggiore disponibilità energetica o da regimi regolatori e fiscali particolarmente favorevoli. Questo processo, tuttavia, si innesta su reti elettriche concepite per sostenere carichi storicamente diversi: distribuiti, modulabili, relativamente prevedibili. L’intelligenza artificiale introduce invece una forma di domanda rigida e continuativa, difficilmente compatibile con logiche di gestione fondate sull’equilibrio tra picchi e flessioni del consumo, e destinata a spostare progressivamente l’assetto complessivo dei sistemi energetici.
È in questo scarto che emerge una prima tensione strutturale. L’aumento dei consumi legati ai data center non si traduce automaticamente in un rafforzamento proporzionale delle infrastrutture, ma spesso in una redistribuzione dei costi, con effetti che tendono a ricadere sulle utenze domestiche e sulle attività economiche di minori dimensioni. La questione non è soltanto economica, ma eminentemente politica, perché investe i criteri attraverso cui vengono allocate risorse pubbliche e private in nome dell’innovazione tecnologica. I data center, pur restando formalmente infrastrutture private, producono effetti sistemici che incidono sulla pianificazione territoriale, sulle politiche tariffarie e sugli equilibri ambientali delle comunità che li ospitano.
Questa dinamica si fa ancora più evidente se si considera il rapporto tra intelligenza artificiale e risorsa idrica, spesso relegato a dettaglio tecnico ma in realtà centrale per comprendere l’impatto complessivo del settore. I sistemi di raffreddamento necessari a garantire la continuità operativa delle infrastrutture computazionali richiedono quantità crescenti di acqua, in contesti già segnati da stress climatici e da una competizione crescente tra usi civili, agricoli e industriali. In questa prospettiva, l’AI entra pienamente nel campo delle politiche ambientali non come semplice strumento di ottimizzazione, ma come nuovo soggetto di domanda, capace di alterare equilibri consolidati e di rendere visibili conflitti finora latenti.
A rendere il quadro più complesso interviene la dimensione della governance. Le istituzioni pubbliche, a livello nazionale e sovranazionale, faticano a riconoscere l’intelligenza artificiale come infrastruttura critica, continuando a trattarla prevalentemente come servizio digitale o come settore ad alta intensità innovativa. Questo ritardo concettuale si riflette nelle politiche energetiche, nelle normative ambientali e nei meccanismi di regolazione dei mercati, mentre i grandi operatori tecnologici consolidano un potere contrattuale crescente, negoziando condizioni favorevoli e trasferendo parte dei costi sistemici su reti e territori che dispongono di strumenti limitati per riequilibrare il rapporto.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale assume tratti sempre più simili a quelli delle grandi industrie energivore del Novecento, pur mantenendo una narrazione pubblica radicalmente diversa. La promessa di efficienza e progresso continua a dominare il discorso, mentre la materialità dell’infrastruttura resta sullo sfondo, percepita come inevitabile o come prezzo necessario da pagare per non restare indietro. È proprio questa normalizzazione del costo a rappresentare uno dei nodi più problematici dell’attuale fase di sviluppo dell’AI, perché contribuisce a rendere opache le scelte politiche e ad attenuare la responsabilità degli attori coinvolti.
Rendere visibile l’infrastruttura non equivale a opporsi all’innovazione, ma a ricondurla entro un orizzonte di decisione collettiva. Significa interrogarsi su chi benefici effettivamente della crescita dell’intelligenza artificiale e su chi ne sostenga il peso materiale, ambientale ed economico. Significa, soprattutto, riconoscere che l’AI non è più soltanto una tecnologia, ma un sistema industriale che compete con altri bisogni essenziali e che richiede strumenti di governo adeguati alla sua scala e alla sua complessità.
Finché questa trasformazione non verrà pienamente assunta come tale, il rischio è che l’intelligenza artificiale continui a espandersi in una zona grigia, sospesa tra entusiasmo tecnologico e fragilità infrastrutturale, lasciando alle comunità locali il compito di adattarsi ex post a scelte già maturate altrove. È in questo spazio di tensione, ancora largamente sottotraccia nel dibattito pubblico, che si gioca una parte decisiva del futuro dell’AI, non come promessa astratta, ma come realtà materiale capace di modellare territori, risorse e rapporti di potere.