AIgnosi nasce da una sensazione di scollamento. Da un lato un discorso pubblico sull’intelligenza artificiale sempre più semplificato, oscillante tra entusiasmo salvifico e catastrofismo apocalittico. Dall’altro, una trasformazione reale – industriale, infrastrutturale, cognitiva – che avanzava silenziosa, senza strumenti adeguati per essere compresa. AIgnosi non nasce come progetto divulgativo in senso classico, ma come luogo di rallentamento cognitivo. Un tentativo di rimettere l’AI dentro cornici storiche, economiche, filosofiche e politiche, sottraendola alla retorica dell’inevitabile. Non spiegare “come funziona”, ma chiedersi che cosa sta diventando.
Il passaggio decisivo è stato smettere di considerare l’AI come un oggetto tecnologico e iniziare a trattarla come un sistema socio-tecnico complesso. A un certo punto è diventato chiaro che parlare di modelli, algoritmi o prompt senza parlare di infrastrutture materiali, di energia, di concentrazione industriale, di lavoro cognitivo e di rendite era una forma di rimozione. Da lì nascono articoli come Il cloud non esiste o Il calcolo è il nuovo petrolio. AIgnosi ha iniziato a interrogare l’AI non come “intelligenza”, ma come industria pesante del XXI secolo.
Perché l’equivoco sull’intelligenza è il fondamento di quasi tutti gli altri equivoci. Attribuire intenzionalità, comprensione o agency autonoma ai sistemi di AI significa naturalizzare scelte che sono invece economiche, progettuali, politiche. Dire che l’AI “decide”, “pensa” o “sceglie” è una scorciatoia linguistica che deresponsabilizza chi progetta, addestra e governa questi sistemi. AIgnosi prova a smontare questa illusione: non per ridimensionare l’impatto dell’AI, ma per renderlo finalmente leggibile.
Perché l’infrastruttura è il punto cieco del discorso pubblico. L’AI viene raccontata come immateriale, eterea, “nel cloud”. In realtà è fatta di data center, catene energetiche, territori sacrificabili, concentrazione di capitale e dipendenze geopolitiche. Quando diciamo che “l’infrastruttura invisibile decide il futuro”, non stiamo facendo una metafora: stiamo descrivendo un rapporto di potere. Governare l’AI oggi significa prima di tutto governare le sue condizioni materiali di esistenza.
Sì, ed è una scelta necessaria. L’innovazione, così come viene raccontata, è spesso una narrazione a senso unico: progresso, efficienza, inevitabilità. AIgnosi prova a introdurre attrito, non per bloccare il cambiamento ma per comprenderlo. C’è un bisogno crescente di spazi che non producano entusiasmo, ma discernimento. Che non inseguano l’ultima release, ma costruiscano continuità critica. In questo senso AIgnosi è più vicino a un osservatorio che a una testata tecnologica.
Oggi AIgnosi è un dispositivo di lettura. Serve a tenere insieme piani che altrove vengono separati: tecnica e politica, economia e linguaggio, etica e infrastruttura. È un luogo dove l’AI viene trattata come fenomeno storico, non come moda. E soprattutto è uno spazio che rifiuta la logica della prestazione: non produce contenuti per “stare nel flusso”, ma per lasciare tracce.
Il futuro di AIgnosi non è nell’espansione quantitativa, ma nella radicalizzazione qualitativa. Approfondire il tema del governo dell’AI, della sovranità infrastrutturale, del rapporto tra conoscenza e automazione. Lavorare sempre di più sul confine tra decisione tecnica e decisione politica. Se AIgnosi avrà un senso nei prossimi anni, sarà quello di aiutare a distinguere ciò che viene presentato come neutrale da ciò che è profondamente normativo.
Che l’intelligenza artificiale non è un destino, ma una scelta collettiva non ancora esplicitata. E che prima di chiederci cosa l’AI potrà fare per noi, dovremmo chiederci chi sta decidendo il mondo in cui l’AI opererà.