Nel silenzio dei data center di mezzo mondo, un linguaggio nato prima dell’era di Internet continua a sostenere la vita digitale di milioni di persone. Si chiama COBOL, acronimo di Common Business-Oriented Language, e fu creato nel 1959 per rendere “leggibile” alle imprese la logica del calcolo automatico. Sessantacinque anni dopo, quel codice, scritto in frasi quasi umane e pensato per contabilità e transazioni, è ancora il motore nascosto che governa gran parte delle infrastrutture finanziarie e amministrative del pianeta.
Non si tratta di una reliquia, ma di un sistema ancora in pieno servizio. Secondo una stima di Micro Focus del 2022, nel mondo sono attive oltre 775 miliardi di righe di codice COBOL. Circa il 43 % dei sistemi bancari si fonda su di esso, e il 95 % delle transazioni ATM negli Stati Uniti passa per un programma scritto in questo linguaggio. Nel settore pubblico, gran parte dei sistemi di previdenza, tassazione e gestione stipendi nasce anch’essa da codice COBOL. È una massa critica che non può essere semplicemente spenta, perché regge la struttura stessa della fiducia economica. Le ragioni di questa longevità sono insieme tecniche e culturali. COBOL è un linguaggio di ferro: robusto, stabile, quasi incorruttibile. I sistemi scritti in COBOL funzionano da decenni con tassi di errore prossimi allo zero, elaborando milioni di transazioni ogni giorno senza interruzioni. In un contesto in cui l’affidabilità vale più dell’innovazione, questa solidità è un vantaggio competitivo. Tuttavia, ciò che un tempo fu una garanzia è oggi anche un limite. L’assenza di programmatori giovani, l’obsolescenza delle infrastrutture mainframe e la difficoltà di integrare il vecchio con il nuovo hanno trasformato la forza di COBOL in un potenziale rischio sistemico.
Molti degli sviluppatori che negli anni Ottanta e Novanta hanno costruito i grandi sistemi gestionali sono ormai in pensione. Le università non insegnano più COBOL, e i nuovi linguaggi — Python, Java, Go — dominano la formazione e il mercato. Il risultato è una perdita di memoria tecnologica: miliardi di righe di codice attive di cui nessuno, o quasi, conosce più il funzionamento profondo. Le istituzioni pubbliche e le grandi banche si trovano così davanti a un paradosso: mantenere sistemi antichi, che però funzionano, oppure riscriverli da capo a costi proibitivi, rischiando di compromettere servizi vitali. È il volto moderno del debito tecnico: la scelta di non innovare nel presente che genera vulnerabilità e costi nel futuro. La riscrittura integrale dei sistemi COBOL, in effetti, è un’impresa titanica. Implicherebbe ridefinire architetture, dati, logiche di business, test di compatibilità, sicurezza e continuità operativa. Per molti enti la transizione verso linguaggi moderni richiederebbe anni di lavoro e investimenti miliardari, con il rischio concreto di errori, interruzioni o perdita di informazioni storiche. Per questo la soluzione non è semplicemente “abbandonare COBOL”, ma governarlo in modo intelligente.
In questo scenario entra in gioco l’intelligenza artificiale, non come antagonista del vecchio codice, ma come suo interprete evolutivo. I nuovi modelli linguistici possono analizzare e comprendere strutture di codice scritte sessant’anni fa, mapparne le funzioni, individuare ridondanze, e persino tradurle in linguaggi moderni con una precisione che pochi anni fa sarebbe stata impensabile. L’AI può trasformarsi in uno strumento di refactoring e di riscoperta, aiutando a ricostruire la logica interna di sistemi di cui si è perso il manuale. Progetti di ricerca pubblicati su arXiv tra il 2023 e il 2025 dimostrano che reti neurali addestrate su corpus COBOL sono in grado di generare automaticamente documentazione, suggerire conversioni in Java o Python e persino ricostruire diagrammi funzionali da codice non annotato. L’AI, in altre parole, può diventare il linguaggio ponte tra l’eredità del passato e le architetture del futuro. Ma questa prospettiva apre questioni nuove: chi controlla la traduzione automatica del codice? Chi certifica la fedeltà del risultato? E quanto la comprensione “statistica” dell’AI può sostituire la conoscenza umana del funzionamento di un sistema critico?
Per affrontare la sfida serve un approccio di governance che unisca prudenza e visione. Occorre catalogare il patrimonio applicativo, mappare i sistemi ancora basati su COBOL, valutare la loro criticità e pianificare una modernizzazione graduale, fondata su interoperabilità, documentazione e trasferimento di competenze. La priorità non è rottamare, ma conoscere, perché solo ciò che è compreso può essere evoluto. L’intelligenza artificiale può supportare questa conoscenza, ma non sostituirla. Nel mondo della pubblica amministrazione, dove il codice non è solo tecnologia ma strumento di diritti, questa consapevolezza è ancora più urgente. Le piattaforme che gestiscono dati ambientali, previdenziali o fiscali sono parte della sovranità digitale di un Paese: perderne la padronanza significherebbe delegare la memoria istituzionale a un codice senza più custodi. Governare l’eredità COBOL con strumenti di intelligenza artificiale significa allora preservare la continuità della memoria informatica, trasformando il passato in risorsa e non in zavorra.
L’intelligenza artificiale non è, quindi, soltanto un motore di sostituzione, ma un archivista del digitale, capace di leggere, ordinare e reinterpretare ciò che l’uomo ha scritto all’inizio dell’era informatica. Il futuro della modernizzazione non consiste nel cancellare il COBOL, ma nel renderlo comprensibile a chi verrà dopo. E in questo, ancora una volta, l’AI non si limita a calcolare: insegna a ricordare.