Quando nel 1983 Lotus Development Corporation introdusse Lotus 1-2-3 sul mercato MS-DOS, il fenomeno fu letto come un successo commerciale e tecnologico. In realtà, a distanza di oltre quarant’anni, appare più corretto interpretarlo come un caso paradigmatico di innovazione moltiplicativa: una tecnologia capace di amplificare fattori produttivi preesistenti, ridefinendo strutturalmente i processi decisionali delle organizzazioni.
Il foglio elettronico non si limitò a sostituire strumenti cartacei o calcolatrici finanziarie. Intervenne su tre livelli simultanei: cognitivo, organizzativo e strategico. Sul piano cognitivo, rese possibile la simulazione iterativa di scenari economici complessi; su quello organizzativo, decentralizzò la capacità di elaborazione dati, spostandola dai centri EDP al middle management; sul piano strategico, introdusse una cultura della modellizzazione diffusa. Ogni decisione divenne potenzialmente quantificabile, ogni ipotesi verificabile attraverso relazioni matematiche formalizzate. In economia dell’innovazione, un moltiplicatore non genera valore in modo autonomo, ma aumenta la produttività marginale degli altri fattori: capitale umano, informazione, tempo decisionale. Lotus 1-2-3 fece esattamente questo. Non creò nuovi dati, ma aumentò esponenzialmente la capacità di interpretarli, combinarli, proiettarli nel futuro. L’effetto sistemico fu la nascita dell’impresa “data-driven”, ben prima che tale espressione entrasse nel lessico manageriale.
Il parallelo con l’Intelligenza Artificiale si colloca su un livello più profondo rispetto alla semplice analogia tecnologica. L’AI non è soltanto un’evoluzione del software applicativo; rappresenta un’infrastruttura cognitiva general purpose, in grado di intervenire trasversalmente sui processi di produzione, analisi e generazione della conoscenza. Se il foglio elettronico moltiplicava la capacità di calcolo deterministico, l’AI moltiplica la capacità di inferenza probabilistica e di sintesi semantica. I Large Language Models, i sistemi predittivi e gli algoritmi di machine learning - difatti -non si limitano a eseguire formule esplicite, ma apprendono pattern da grandi moli di dati, producendo output che integrano previsione, classificazione, generazione testuale e supporto decisionale. Il salto qualitativo risiede nella natura del moltiplicatore. Nel caso di Lotus, l’utente manteneva il pieno controllo logico: la formula era visibile, auditabile, modificabile. Nell’AI, la relazione tra input e output è mediata da modelli statistici ad alta dimensionalità, spesso opachi anche per gli sviluppatori. L’amplificazione cognitiva è più potente, ma introduce un nuovo problema di governance: la trasparenza algoritmica, la tracciabilità delle decisioni automatizzate, la responsabilità distribuita.
Dal punto di vista organizzativo, l’AI tende a produrre effetti analoghi a quelli generati dal foglio elettronico negli anni Ottanta, ma su scala sistemica. Riduce i costi di accesso alla conoscenza, accelera i cicli decisionali, consente la prototipazione rapida di scenari strategici. In ambito industriale, migliora l’ottimizzazione delle supply chain; nel settore finanziario, raffina i modelli di rischio; nella pubblica amministrazione, supporta l’analisi normativa e la gestione documentale. In ciascun caso, il valore non risiede nell’automazione in sé, ma nell’aumento di qualità e velocità delle decisioni. Affinché l’AI operi come autentico moltiplicatore innovativo, occorrono tuttavia condizioni strutturali precise. In primo luogo, un capitale umano adeguatamente formato, capace di dialogare criticamente con i modelli. In secondo luogo, una governance dei dati solida, che garantisca qualità, sicurezza e conformità regolatoria. In terzo luogo, un’integrazione nei processi core, evitando che l’AI resti confinata a sperimentazioni marginali.
La storia di Lotus 1-2-3 dimostra che le tecnologie general purpose producono impatti duraturi quando diventano standard operativi e culturali. Il foglio elettronico ridefinì la grammatica della razionalità economica; l’AI sta ridefinendo la grammatica della conoscenza organizzativa. In entrambi i casi, il rischio non è l’eccesso di tecnologia, ma la sua adozione superficiale. Per gli addetti ai lavori – manager, policy maker, studiosi di innovazione – la questione centrale non è se l’AI sostituirà funzioni esistenti, ma come potrà amplificare la produttività del capitale cognitivo. L’innovazione moltiplicativa non elimina il fattore umano; ne aumenta la leva strategica. L’AI, come già il foglio elettronico, può diventare un acceleratore di competitività e di qualità decisionale. Ma, diversamente dal passato, richiede un presidio etico e regolatorio proporzionato alla sua potenza. La lezione storica è chiara: ogni rivoluzione software che abbia cambiato l’operatività aziendale lo ha fatto trasformando il modo di pensare prima ancora che il modo di fare. Se l’AI saprà essere governata come infrastruttura cognitiva responsabile, il suo effetto moltiplicatore potrà risultare superiore a quello che Lotus 1-2-3 esercitò sul capitalismo manageriale degli anni Ottanta. In caso contrario, rischierà di restare una promessa tecnologica non pienamente tradotta in valore organizzativo.