Cercare lavoro, oggi, somiglia sempre più a un gioco d’azzardo. O meglio, a una partita su un’app di dating: scorri a destra, scorri a sinistra, sperando che dall’altra parte qualcuno ricambi l’interesse. Ma se negli incontri virtuali il match può scattare per una foto ben scelta, nel mercato del lavoro digitale la decisione è spesso affidata a un algoritmo. E in molti casi, quel match non avviene mai.
La fotografia restituita da una recente inchiesta di The Atlantic (The Job Market Is Frozen) è impietosa: le assunzioni rallentano, le dimissioni spontanee diminuiscono, i posti disponibili restano pochi e sempre più contesi. Per i giovani che cercano il primo impiego, l’attesa media supera ormai le dieci settimane, un tempo che si dilata tra candidature invisibili, feedback mancanti e selezioni impersonali. È il nuovo inferno del lavoro, un inferno che porta la firma della tecnologia, ma non solo.
Il rallentamento economico globale, lo spettro di una recessione in arrivo, la volatilità geopolitica e l’incertezza delle imprese creano un contesto già di per sé sfavorevole. Su questo scenario si innesta un ulteriore strato di complessità: l’automazione dei processi di selezione.
I candidati usano strumenti come ChatGPT per scrivere curriculum e lettere di presentazione più accattivanti, spesso indistinguibili tra loro; le aziende, dal canto loro, si affidano a software di screening automatico che filtrano migliaia di candidature prima ancora che un essere umano possa leggerle. In alcuni casi, persino i colloqui preliminari sono condotti da avatar o da sistemi di videointervista automatizzata, in grado di valutare tono della voce, postura, micro-espressioni facciali.
Il risultato è un cortocircuito: entrambi i lati – candidati e recruiter – dipendono dall’AI, ma il processo si fa più opaco. Nessuno sa davvero quali criteri usino gli algoritmi per scartare una candidatura. E la promessa di efficienza rischia di tradursi in esclusione sistematica, soprattutto per chi non rientra nei parametri standardizzati.
Come sempre, a pagare il prezzo più alto sono i giovani. Chi entra oggi nel mercato del lavoro si trova stretto in una morsa: da un lato, l’iper-competizione di un’offerta ridotta; dall’altro, l’anonimato generato dall’automazione.
Secondo analisti ed esperti, i neolaureati e i profili junior sono spesso i primi a essere scartati: non hanno un curriculum consolidato, non possiedono le esperienze che i software valutano come “must have”, né riescono a distinguersi attraverso il linguaggio standardizzato delle lettere generate da AI. Di conseguenza, il rischio è che restino invisibili, sacrificati a vantaggio di profili più senior che rientrano meglio nei modelli di classificazione.
A complicare ulteriormente il quadro, oltre 150.000 ex dipendenti federali sono rientrati recentemente nel mercato attraverso il programma “Fork in the Road”, aggiungendo ulteriore pressione su un sistema già congestionato. L’effetto imbuto è evidente: più candidati per meno posti, con i giovani relegati nelle retrovie.
Il problema non è solo quantitativo, ma qualitativo. Quando un algoritmo decide chi merita di proseguire nel processo di selezione, introduce inevitabilmente un elemento di opacità. Non si tratta solo di bias – il rischio che i software perpetuino discriminazioni di genere, etnia, provenienza sociale – ma anche di una questione democratica: chi controlla gli algoritmi di selezione? Chi garantisce che il talento non venga scartato perché non corrisponde a un modello predefinito?
La retorica dell’AI come strumento neutrale vacilla davanti a un fatto evidente: se il reclutamento diventa un processo cieco e impersonale, i giovani più creativi, originali, fuori dagli schemi rischiano di non avere alcuna possibilità. In altre parole, l’automazione può paradossalmente impoverire la qualità complessiva della forza lavoro, escludendo proprio le energie innovative che servirebbero a rinnovare il sistema economico.
In questo scenario, l’unico strumento che sembra mantenere efficacia è il più antico di tutti: il networking. Costruire relazioni, affidarsi al passaparola, farsi introdurre da conoscenze comuni: pratiche che appartengono a un’epoca pre-digitale, ma che riemergono come antidoto alla spersonalizzazione algoritmica.
La contraddizione è evidente: mentre investiamo risorse ingenti per digitalizzare e automatizzare i processi di selezione, la via più concreta per trovare lavoro resta quella di “conoscere qualcuno” che possa aprire una porta. Una regressione più che un progresso, che rischia di ampliare le disuguaglianze sociali: chi ha reti di contatti consolidate parte avvantaggiato, chi non le ha resta indietro.
Il nodo non è demonizzare l’intelligenza artificiale, ma stabilire regole chiare e principi etici per il suo impiego. Serve trasparenza nei criteri di selezione, possibilità di ricorso per i candidati scartati, audit indipendenti sugli algoritmi utilizzati. In gioco non c’è solo l’efficienza delle aziende, ma la credibilità del mercato del lavoro come spazio equo e meritocratico.
Se l’automazione resta un filtro opaco e incontrollato, rischia di amplificare le disuguaglianze anziché ridurle, di scoraggiare i giovani anziché incentivarli, di trasformare il talento in un fattore irrilevante.
Il mercato del lavoro nell’era dell’AI è un paradosso vivente: più digitale ma meno trasparente, più veloce ma meno inclusivo. I giovani, che avrebbero dovuto essere i principali beneficiari delle nuove tecnologie, ne risultano i primi penalizzati.
La sfida non è respingere l’automazione, ma ripensarla: usarla come supporto all’intelligenza umana, non come sostituto. Restituire centralità alle persone, garantire che i processi di selezione restino aperti al merito, creare spazi dove il talento non venga oscurato da un filtro cieco.
Se non sapremo affrontare questa sfida, il rischio è che il mercato del lavoro del futuro diventi davvero ciò che The Atlantic descrive: un “inferno in stile Tinder”, dove scorrere non basta più, e il match giusto non arriva mai.