Il concetto di capitale semantico, elaborato da Luciano Floridi, consente di interpretare questa trasformazione con uno sguardo più profondo rispetto alle consuete metriche tecnologiche. Non si tratta di un semplice accumulo di informazioni o di contenuti culturali, ma dell’insieme delle risorse di significato che rendono possibile la conoscenza, la fiducia epistemica e la comunicazione condivisa. Il capitale semantico è l’infrastruttura invisibile che permette alle parole di restare ancorate ai fatti, ai concetti di mantenere coerenza e alle narrazioni di essere comprese e trasmesse nel tempo.
Questa dimensione diventa cruciale nel momento in cui l’intelligenza artificiale generativa interviene direttamente nella produzione del linguaggio. I modelli linguistici avanzati sono in grado di generare testi plausibili, coerenti e stilisticamente raffinati, ma tale capacità non implica comprensione, intenzionalità o responsabilità rispetto al significato. L’AI opera attraverso correlazioni statistiche, non attraverso un rapporto epistemico con la realtà. Di conseguenza, può moltiplicare i segni senza rafforzare il senso, contribuendo a una dinamica di inflazione semantica in cui il linguaggio circola in abbondanza ma perde profondità e valore orientativo. È in questo quadro che fenomeni come la disinformazione, le fake news e le narrazioni manipolative assumono una portata strutturale. Non si tratta soltanto di contenuti falsi che competono con quelli veri, ma di processi che erodono la fiducia nei meccanismi stessi di produzione del significato. Quando il confine tra vero e plausibile si assottiglia, il danno non è circoscritto alla singola informazione: viene compromesso l’intero ecosistema epistemico. Il capitale semantico si impoverisce perché viene meno la possibilità di un linguaggio condiviso capace di orientare il giudizio individuale e la deliberazione collettiva.
A differenza di altre forme di capitale – economico, sociale o culturale – il capitale semantico non cresce automaticamente con l’aumento delle risorse disponibili. Una società può essere ricca di dati, contenuti e strumenti tecnologici, ma semanticamente fragile. L’attenzione sproporzionata alle metriche quantitative, come la produttività informativa o l’engagement, rischia di oscurare la dimensione qualitativa del senso. In questa asimmetria si manifesta una delle contraddizioni centrali dell’era digitale: la crescita esponenziale dell’informazione non garantisce una crescita proporzionale della comprensione. Il nesso tra capitale semantico e identità rende questa crisi ancora più profonda. Nell’infosfera contemporanea, l’identità individuale e collettiva è sempre più mediata da piattaforme algoritmiche che selezionano, organizzano e suggeriscono contenuti. Se il capitale semantico si indebolisce, anche l’identità tende a frammentarsi, diventando reattiva, instabile, esposta a narrazioni eterodirette. La perdita di senso non è allora soltanto un problema cognitivo, ma una questione culturale e politica, perché incide sulla capacità degli individui di riconoscersi e di esercitare una reale autonomia interpretativa.
La tutela del capitale semantico non può essere affidata esclusivamente a soluzioni tecniche o regolatorie. Floridi insiste sulla necessità di una curation consapevole dell’ecosistema informativo, intesa come responsabilità condivisa tra istituzioni, media, sistemi educativi e progettisti di intelligenza artificiale. Curare il capitale semantico significa progettare contesti che favoriscano la comprensione, la verificabilità e la continuità del senso. Significa riconoscere che il significato non è un sottoprodotto automatico dell’innovazione, ma una risorsa fragile che richiede manutenzione costante. Un ruolo decisivo è svolto dall’alfabetizzazione digitale, che non può limitarsi all’acquisizione di competenze tecniche. È necessario sviluppare una competenza critica orientata al significato: la capacità di valutare le fonti, comprendere i contesti, riconoscere le logiche algoritmiche che mediano l’accesso all’informazione. Senza questo investimento culturale, l’intelligenza artificiale rischia di amplificare una frattura già esistente tra la capacità di produrre linguaggio e la capacità di comprenderlo. Il capitale semantico emerge così come una categoria normativa oltre che analitica. Proteggerlo significa assumere che il significato sia un bene comune, essenziale per il funzionamento della democrazia, della conoscenza scientifica e della convivenza sociale.
Nell’era dell’intelligenza artificiale, la vera sfida non consiste nello sviluppare sistemi sempre più performanti, ma nel garantire che l’automazione del linguaggio non si traduca in una progressiva desertificazione del senso. Se l’intelligenza artificiale diventa un moltiplicatore incontrollato di linguaggio, senza una corrispondente cura del significato, il rischio non è soltanto tecnologico, ma profondamente culturale. Investire nel capitale semantico significa, al contrario, preservare la possibilità di un futuro intelligibile: un futuro in cui l’innovazione rafforzi la comprensione invece di sostituirla, e in cui la potenza degli algoritmi resti subordinata alla responsabilità umana di dare senso al mondo che abitiamo.