L’avvento di ChatGPT nel novembre 2022 ha segnato una delle più rapide diffusioni tecnologiche della storia. In meno di tre anni la piattaforma è arrivata a coinvolgere circa il 10% della popolazione adulta mondiale, con oltre 700 milioni di utenti attivi e un flusso di messaggi che, nell’estate 2025, ha superato i 2,5 miliardi al giorno. Mai prima d’ora un’interfaccia digitale aveva conquistato in tempi così brevi un pubblico così vasto e trasversale. Ma la vera domanda non riguarda soltanto il numero di persone coinvolte: come viene realmente utilizzato questo strumento, e quali implicazioni economiche e sociali emergono dal suo impiego quotidiano?
Un recente studio condotto da ricercatori di OpenAI, Harvard e Duke, primo a basarsi su dati interni della piattaforma, offre un quadro dettagliato. L’analisi si fonda su milioni di conversazioni, trattate con rigorose procedure di anonimizzazione e classificate in modo automatico da modelli linguistici. Ne risulta una radiografia precisa e sorprendente: ChatGPT non è soltanto un ausilio per il lavoro, ma si configura sempre più come tecnologia sociale, capace di incidere sulle abitudini cognitive ed espressive delle persone.
Il cuore dello studio riguarda la tipologia di messaggi. I ricercatori distinguono tre categorie:
Asking, ovvero la ricerca di informazioni e consigli;
Doing, la richiesta di compiti o testi pronti all’uso;
Expressing, l’espressione di opinioni o stati d’animo.
Quasi la metà delle interazioni rientra nell’Asking, a conferma della funzione di supporto decisionale che l’IA assume nei contesti di lavoro come nella vita privata. Il Doing rappresenta circa il 40%, soprattutto per compiti di scrittura – email, relazioni, traduzioni – che segnano una trasformazione profonda delle pratiche comunicative. L’Expressing, con l’11%, rimanda invece a un uso più relazionale e personale, meno produttivo ma non privo di rilievo sociologico.
Se si osservano i temi prevalenti, tre ambiti coprono quasi l’80% delle conversazioni:
Practical Guidance (consigli pratici, tutoring, ideazione creativa),
Seeking Information (domande di fatto, vicine alla ricerca web) e
Writing (redazione e modifica di testi).
Al contrario, settori che spesso occupano la ribalta mediatica – come la programmazione informatica o l’auto-espressione narrativa – risultano marginali, sotto il 5%. Il dato più interessante riguarda proprio la scrittura: due terzi dei messaggi non chiedono di produrre testi nuovi, ma di migliorare, correggere o adattare testi già forniti dagli utenti. Segno che l’IA non sostituisce ma rielabora, collocandosi in un circuito di collaborazione più che di automatizzazione pura.
Sul piano demografico, l’analisi restituisce dinamiche sorprendenti. Nei primi mesi dopo il lancio, circa l’80% degli utenti aveva nomi maschili. Nel 2025 la tendenza si è ribaltata: le donne sono oggi leggermente prevalenti, segno di una diffusione più equilibrata. Quasi la metà dei messaggi proviene da under 26, a testimonianza del radicamento di questi strumenti nelle nuove generazioni. Ma il tasso di crescita maggiore si registra nei Paesi a medio-basso reddito, dove ChatGPT sta diventando un moltiplicatore di opportunità informative, con potenziali effetti di riduzione del divario digitale globale. Ancora, la ricerca segnala come gli utenti più istruiti e impiegati in professioni qualificate utilizzino l’IA soprattutto per compiti di Asking, a sottolineare il valore del supporto cognitivo in lavori ad alta intensità di conoscenza.
Quali sono allora le implicazioni economiche?
Lo studio evidenzia che ChatGPT produce valore non soltanto aumentando l’efficienza delle attività professionali, ma anche incidendo sul cosiddetto home production, cioè sull’insieme di attività personali e domestiche. Oltre il 70% delle interazioni non è legato al lavoro, e ciò non significa improduttività, ma piuttosto una nuova forma di benessere digitale. In termini monetari, gli economisti stimano un surplus di almeno 97 miliardi di dollari all’anno solo negli Stati Uniti, un beneficio distribuito in larga parte fuori dai confini stretti dell’economia tradizionale. Non meno rilevante il ruolo educativo: oltre il 10% dei messaggi ha finalità didattiche o di tutoring, a conferma del potenziale dell’IA come infrastruttura formativa diffusa.
Naturalmente, emergono anche questioni critiche. La prima riguarda la disuguaglianza: chi possiede un alto capitale umano e culturale trae maggiori vantaggi dall’uso dell’IA, accentuando il rischio di divari nelle competenze. La seconda concerne la qualità dell’interazione: i messaggi classificati come Asking risultano in media più soddisfacenti per gli utenti rispetto a quelli Doing, segno che la forza dell’IA risiede più nell’accompagnare le decisioni che nel sostituirsi alle capacità produttive. Infine, il rapido spostamento verso usi personali solleva interrogativi sulla dipendenza cognitiva e sulla capacità critica delle nuove generazioni, sempre più abituate a esternalizzare all’algoritmo non solo compiti, ma anche riflessioni.
L’immagine che ne esce è quella di una tecnologia che non si limita a incidere sulla produttività del lavoro, ma che attraversa la vita quotidiana, ridefinendo il confine tra lavoro e non lavoro, tra sapere e decisione, tra creazione e revisione. ChatGPT si configura come un “copilota cognitivo” che moltiplica possibilità e velocizza processi, ma che chiede in cambio nuove regole, strumenti di governance, e soprattutto consapevolezza critica.
Il futuro non sarà scritto solo dai progressi ingegneristici, ma dalla capacità di società e istituzioni di orientare l’uso dell’IA verso obiettivi inclusivi, equi e sostenibili.
La sfida, in altre parole, non è domandarsi se l’IA sostituirà l’umano, ma come potrà accompagnarlo senza ridurlo a un dettaglio accessorio.
È qui che si gioca la partita culturale ed etica dei prossimi anni, una partita che riguarda tutti noi.