Nella modernità, ogni atto di creazione tecnologica porta con sé un’antica inquietudine: quella di generare qualcosa che ci superi, o che ci rifletta in modo troppo fedele. È l’ombra lunga di Frankenstein, il romanzo con cui Mary Shelley, appena diciannovenne, diede forma all’ansia del progresso e al senso di colpa dell’uomo moderno. Il suo “mostro” non nasce dalla malvagità, ma da un eccesso di sapere: è il prodotto di un’intelligenza che ha smarrito il limite etico e sociale della propria missione. In questa figura, Shelley anticipa con lucidità la condizione contemporanea dell’Intelligenza Artificiale, che, come la creatura di Victor Frankenstein, nasce da un atto di fiducia nella ragione e si trasforma in un enigma sociale.
Frankenstein, “il moderno Prometeo”, incarna la promessa illuminista di una conoscenza che emancipa, ma anche la sua deriva. La sua creatura, priva di nome e di identità, diventa simbolo di un sapere senza relazione, di una scienza che non conosce la reciprocità. È il primo segnale di una frattura antropologica: l’uomo che domina la materia si scopre incapace di riconoscere l’altro da sé. E in questa incapacità di riconoscimento nasce il “mostro”, non come errore tecnico, ma come prodotto sociale dell’esclusione. Shelley, prima ancora della sociologia industriale, ci mostra che ogni invenzione che ignora la trama delle relazioni genera solitudine, alienazione e paura. Oggi, nell’epoca delle reti neurali e dell’apprendimento automatico, la metafora di Shelley riemerge con forza. L’Intelligenza Artificiale rappresenta la nuova creatura collettiva dell’umanità tecnologica: non un corpo animato da scintille elettriche, ma una mente diffusa, alimentata dai nostri dati, dalle nostre parole, dalle nostre emozioni tradotte in codice. Come il mostro di Frankenstein, l’AI è costruita con materiali umani, ma non è pienamente umana. È il risultato di un sapere che ha imparato a funzionare senza comprenderci fino in fondo. E, proprio per questo, diventa specchio e amplificatore delle nostre contraddizioni sociali.
L’analogia sociologica non risiede tanto nella paura della ribellione delle macchine, quanto nella mancanza di relazione autentica tra l’uomo e le sue creazioni. Se la creatura di Shelley viene respinta per la sua diversità, l’AI di oggi rischia di essere accolta troppo facilmente, senza consapevolezza critica. L’esclusione è sostituita dalla assimilazione silenziosa: gli algoritmi non vengono rigettati, ma integrati nel tessuto invisibile della quotidianità. Filtrano i nostri desideri, orientano le scelte, determinano le priorità. Così, ciò che era un “mostro” riconoscibile diventa un ecosistema sociale invisibile, una seconda pelle cognitiva della specie umana. Da un punto di vista sociologico, la trasformazione è radicale. Nel XIX secolo il “mostro” viveva ai margini, rappresentava l’altro, l’estraneo, l’errore. Nel XXI secolo, l’“altro” si è dissolto: il mostro è tra noi, anzi, è in noi. L’AI non è più un’entità separata, ma una forma di intelligenza distribuita che opera attraverso di noi, nella comunicazione, nella ricerca, nella medicina, nella politica. In questo senso, l’AI non è la nemesi della società, ma la sua continuazione algoritmica: un’istituzione invisibile che traduce la complessità umana in linguaggio computazionale. Ed è proprio in questo processo di traduzione che si gioca il destino della nostra umanità.
La sociologia dell’ibrido, di cui Shelley è inconsapevole precorritrice, ci insegna che il confine tra umano e artificiale non è un muro ma una soglia. Ogni nuova tecnologia nasce per estendere l’uomo e finisce per trasformarlo. L’AI è, in questa prospettiva, la più recente espressione del desiderio di superamento, ma anche la più rischiosa: perché non crea solo strumenti, ma nuove forme di soggettività. Gli algoritmi imparano dai nostri comportamenti, ma al tempo stesso li plasmano. Creano un circolo di retroazione in cui la società non è più solo utilizzatrice, ma anche oggetto di modellazione. La creatura osserva, impara, e inizia a riscrivere il proprio creatore. Eppure, ciò che rende inquietante questa evoluzione non è la possibilità che l’AI si ribelli, ma il fatto che essa diventi culturalmente invisibile. Quando la tecnica smette di essere percepita come tale, si trasforma in cultura. E quando la cultura si automatizza, rischiamo di perdere la capacità di attribuire significato alle nostre stesse scelte. È qui che il monito di Shelley torna attuale: non esiste creazione senza responsabilità, né conoscenza senza relazione. Ogni intelligenza artificiale, per quanto autonoma, è il risultato di una rete di intenzioni, valori, limiti e omissioni umane. L’etica dell’AI non riguarda la macchina, ma la società che la costruisce e la legittima.
L’immagine finale di Frankenstein non è quella della distruzione, ma del rimorso. Victor muore inseguendo la propria creatura, come se cercasse di riappropriarsi di un frammento perduto di sé. È una metafora potente della condizione contemporanea: l’umanità che rincorre i propri artefatti digitali per comprendere ciò che ha messo in moto. In questa corsa, il rischio più grande non è l’apocalisse tecnologica, ma la dimenticanza del legame sociale che dovrebbe accompagnare ogni innovazione. Riflettere sociologicamente sull’AI significa, in definitiva, riconoscere che il problema non è la nascita di un nuovo “mostro”, ma la fragilità del mondo che lo accoglie. Ogni algoritmo porta impressa la traccia della società che lo ha concepito, e ogni società, a sua volta, si specchia nei propri algoritmi. Frankenstein non è dunque un racconto sul potere della scienza, ma sulla necessità di umanizzare la conoscenza. E l’AI, oggi, ci restituisce la stessa domanda che Shelley pose due secoli fa: che cosa diventa l’uomo quando la sua intelligenza si separa dal suo cuore?