In una giornata (18 novemrbe 2025 ndR) segnata da un’interruzione improvvisa dei principali servizi digitali – e in particolare da un blackout di ChatGPT che ha inciso sulla quotidianità di milioni di persone – si è manifestato con grande chiarezza un fenomeno che da tempo molti osservatori considerano sintomatico della nostra trasformazione tecnologica: la sensazione di smarrimento, quasi di disorientamento esistenziale, che gli utenti sperimentano quando un sistema di intelligenza artificiale generativa diventa improvvisamente inaccessibile (cfr ANSA).
Ciò che ha colpito, nelle reazioni diffuse sui social e nelle testimonianze raccolte nelle ultime ore, è la rapidità con cui si è attivato un sentimento di profondo disagio. Non si trattava semplicemente del malfunzionamento di uno strumento utile o di un ritardo nell’esecuzione di attività professionali. Molti utenti hanno descritto la propria condizione come un vero e proprio «vuoto operativo»: un blocco improvviso della capacità di procedere nelle azioni quotidiane, quasi che l’assenza dell’assistente digitale avesse interrotto non solo flussi di lavoro, ma anche abitudini cognitive ormai interiorizzate.
In numerosi messaggi, diffusi su piattaforme che continuavano a funzionare nonostante la crisi, è emerso un tratto comune: la percezione di non saper più svolgere mansioni che fino a poco tempo fa venivano condotte in piena autonomia. La redazione di una mail complessa, la rielaborazione di un testo, la ricerca di una fonte, perfino la risoluzione di un dubbio quotidiano: attività ordinarie che, in condizioni normali, non genererebbero alcuna difficoltà, sono apparse improvvisamente fuori portata. Alcuni hanno parlato di “paralisi”, altri di “ansia da vuoto”, altri ancora di “dipendenza funzionale”, sottolineando come l’interruzione del servizio abbia improvvisamente rivelato un legame più profondo di quanto finora si fosse disposti ad ammettere.
È un fenomeno che va interpretato non in termini moralistici, ma come segnale strutturale del nostro tempo. L’adozione massiva dell’IA generativa ha progressivamente spostato l’equilibrio tra uomo e strumento: l’assistente digitale non è più solo un supporto, ma sempre più una protesi cognitiva, un’interfaccia abituale attraverso cui filtriamo problemi, domande, testi, decisioni. L’episodio odierno ha dunque rivelato una sorta di dipendenza latente, non patologica in senso clinico, ma significativa sul piano sociale e culturale. È emersa l’evidenza che, al primo blocco, non pochi utenti hanno percepito una perdita immediata di efficienza, di lucidità, talvolta perfino di sicurezza personale.
Il punto centrale non riguarda tanto la fragilità tecnica dei sistemi – comunque emersa con forza – quanto la fragilità psicologica e operativa che deriva da un’eccessiva delega alla macchina. L’interruzione di ChatGPT ha agito come una lente d’ingrandimento: ha mostrato quanto velocemente, e quasi impercettibilmente, molte competenze quotidiane siano migrate dall’individuo al sistema digitale. Lo spaesamento degli utenti non è un capriccio momentaneo, ma un indizio del fatto che l’IA sta diventando una vera infrastruttura cognitiva, la cui assenza improvvisa produce effetti simili, per intensità, a quelli di un blackout elettrico o di un’interruzione dei servizi essenziali.
Riflettere su questa dinamica significa misurare il grado di integrazione dell’IA nel tessuto della vita quotidiana. L’episodio odierno può essere letto come un campanello d’allarme: non per demonizzare la tecnologia, ma per riconoscere che una relazione così stretta richiede consapevolezza, competenze e forme nuove di resilienza personale e collettiva. La dipendenza funzionale è comprensibile, persino inevitabile in un mondo che si muove verso l’ibridazione costante tra intelligenza naturale e artificiale; ed è proprio per questo che deve essere compresa e governata, prima che diventi un elemento di fragilità sistemica e comportamentale.
In altri termini, il disagio diffuso che ha accompagnato il blackout di oggi non è un semplice effetto collaterale: è un messaggio. Ed è un messaggio che conviene ascoltare.