Dietro la luce si nasconde sempre l’ombra. In questo momento storico, il buio dietro i bagliori dell’innovazione tecnologica è così profondo da rischiare di inghiottire la luce stessa, riducendola alla fragile fiammella di una candela. Per comprendere la gravità di ciò che viviamo dobbiamo assimilare l’acqua alla luce, tornando alle radici della nostra cultura. Nel Cantico delle Creature, San Francesco d’Assisi scriveva: “Laudato sii, o mio Signore, per sora Acqua, la quale è molto utile, umile, preziosa e casta”. Quattro aggettivi che racchiudono l’essenza di un dono divino indispensabile e puro, meritevole di tutela; una visione che oggi la cecità del profitto sta drammaticamente calpestando, un dono indispensabile per la sopravvivenza dell’umanità, un dono da salvaguardare per le generazioni future. L'idea di un ecosistema digitale immateriale e pulito svanisce di fronte alla realtà materiale dei data center. Per mantenere freddi queste enormi infrastrutture industriali, i circuiti surriscaldati dal boom dei Large Language Model e dell'intelligenza artificiale, consumano fino a 19 milioni di litri di acqua potabile al giorno per singolo impianto, ricorrendo ai sistemi di condizionamento a evaporazione perché rappresentano la soluzione più economica.
Viene spontaneo chiedersi: perché non spostare i data center nelle zone più fredde della terra e sfruttare il freddo naturale? Semplice a dirsi, ma impossibile a farsi. I motivi sono tre:
la latenza (i dati viaggerebbero troppo lentamente),
i costi insostenibili di trasporto
il rischio che i server stessi finiscano per congelarsi.
Di conseguenza, i data center restano vicini alle nostre città, dissanguando le falde idriche locali. L'abbassamento dei livelli idrici intorbida i pozzi delle comunità, mentre gli sversamenti di reflui trattati con additivi chimici corrodono gli ecosistemi. Dai grandi hub americani all’area metropolitana di Milano – cuore pulsante del digitale italiano con il 90% dei centri di calcolo – la crisi non è più un'ipotesi, ma un'emergenza tangibile. Questo consumo smodato si traduce in un’emorragia ambientale pronta a scatenare uno "shock emorragico" globale, prosciugando le risorse idriche della Terra e inquinando le altre. Il bivio è ormai etico: vogliamo annientare l’umanità per nutrire e far sopravvivere le sole macchine? La narrazione dominante ci vende il digitale come uno spazio etereo, pulito e smaterializzato, dove le nostre ricerche, le email e i modelli di intelligenza artificiale fluttuano in un vuoto ecologicamente neutro. È una pericolosa illusione.
Dietro la superficie levigata dei nostri schermi si muove un apparato industriale colossale, guidato dalla logica del profitto e radicato nello sfruttamento intensivo della materia. Fenomeni come il software bloat – l'accumulo ossessivo di funzioni superflue a scapito dell'ottimizzazione – dimostrano come l'efficienza reale venga regolarmente immolata sull'altare del mercato. Le alternative ingegneristiche a circuito chiuso non mancano, ma richiedono investimenti in contrasto con il dogma della crescita a tutti i costi. Il risultato è un cortocircuito in cui il costo ambientale viene scaricato sulle comunità, mentre i giganti della tecnologia arrivano a lottare per assicurarsi reattori nucleari dedicati. E in questo saccheggio di risorse, la più dimenticata, vitale e devastata è proprio l'acqua, divorata senza sosta dai data center che tengono in piedi il nostro mito digitale. L’intelligenza artificiale, per quanto straordinaria, non è nient'altro che un sofisticato specchio della conoscenza che l'umanità ha accumulato con secoli di fatiche, sacrifici e intuizioni reali. Scorciatoie tecnologiche eccessive rischiano di atrofizzare proprio quella capacità critica e quel sapere che si acquisiscono solo attraverso lo studio, l'esperienza diretta e, sì, anche il fallimento.
Dove andremo se ci priveremo dell'acqua potabile per inseguire questa nuova Eldorado digitale? Dobbiamo tornare al pensiero di San Francesco. Se consideriamo la Terra come un limone da spremere per alimentare la sete insaziabile del profitto artificiale, ci ritroveremo in un mondo iper-connesso, velocissimo, ma tragicamente desertificato. Quando il corpo inizierà a morire per la sete, nulla servirà ciò che l’AI può donarci. Di fronte alle necessità primarie, nessun algoritmo potrà mai generare una sola goccia d'acqua capace di salvaci…. avremo sete, chi mi darà da bere?